Arte, superstite del mondo.


Pietra (Kamen, 1992, 83′) – Aleksandr Sokurov.


Tutto svanisce, si rovina, si corrompe. Sotto tale prospettiva è allora importante mantenere intatta almeno una cosa, la propria anima.

Stretto è il rapporto del cinema di Sokurov con le altre arti. Se però in Faust (2011, 140′) o in Francofonia (2015, 88′) tale rapporto è con l’opera d’arte (il romanzo di Goethe nel primo esempio, le opere del Louvre nel secondo), in Pietra esso è con l’artista.
È la figura di Anton Čechov (1860 – 1904) – scrittore e medico russo – il soggetto di un film non biografico e non interessato a ripercorrere in alcun modo aspetti della sua vita e della sua produzione: piuttosto la sua figura diventa mezzo attraverso il quale mettere in relazione un’epoca vissuta e un’epoca nella quale si è rinati.

Attraverso la giustapposizione della figura dell’artista/medico proveniente dal passato e del guardiano del museo (ex casa di Čechov), il rapporto tra il passato e il presente diventa sostanza che permea l’intera pellicola, pregna anche di quella malinconia tipica dei russi (che loro chiamano toska).

In verità, non è chiaro da subito questo sviluppo: diversi minuti di film devono passare prima che si inizi a collegare gli elementi che il regista dissemina in un film privo di intreccio e sviluppo narrativo comunemente inteso, fortemente ermetico e buio non solo a livello visivo. Tale silenzio è proprio anche dei mondi nei quali vivono i due protagonisti: l’astenia che il medico diagnostica al suo “paziente” non è esclusivamente fisica, ma ricollegabile a quella malinconia sopra accennata, sentimento che pervade soprattutto l’uomo tornato dal mondo dei morti che, nella sua vecchia casa/museo, rivede frammenti di una precedente vita: mutati o intatti che siano, rimangono comunque pezzi di memoria.

È proprio in questo intreccio tra la vita e la morte, tra il passato e il presente, che viene fuori la presenza dell’arte quale unica superstite del mondo. Le lenti anamorfiche utilizzate da Sokurov schiacciano i corpi, li avvicinano, li distorcono, intensificano la compresenza di due realtà le quali non sono altro che due facce della stessa medaglia, alle quali la creazione artistica sopravvive.
Nell’altro mondo non c’è niente, eppure sembra così vuoto anche quello in cui vive il giovane custode, la quale malattia può essere curata forse solo dall’artista/medico, tornato in vita per curare il corpo (e l’anima) degli uomini.

Lo stile di Sokurov è ieratico: il silenzio in pochissime occasioni lascia spazio a qualche nota di uno spartito che sembra essere dimenticato, specchio di un’epoca oramai tanto lontana. In questa forma solenne e a tratti intimorente, che costringe l’occhio a cercare dei contorni in spazi che le lenti del regista comprimono e trasformano in pura materia pittorica, messa davanti allo spettatore in lunghi piani sequenza nei quali la macchina da presa raramente azzarda un movimento, il percorso fisico intrapreso dai due protagonisti (ridotti a mere ombre) tra le macerie e le foreste, diventa un percorso spirituale attraverso un mondo che sembra non appartenere né all’uno né all’altro.

Una frase rimane a fine visione; una scelta.



Riferimenti bibliografici
DENIS BROTTO, Osservare l’incanto; il cinema e l’arte di Aleksandr Sokurov, Società tipografica Romana, Roma 2010.


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