Intrecci.


Le quattro volte (2010, 88′) – Michelangelo Frammartino.


A metà del 1800 Gustave Courbet (1819-1877) dipinge un’opera destinata (non da sola, s’intende) a cambiare il corso di tutta l’arte figurativa: Gli spaccapietre (1849). Il pittore sceglie come soggetti due uomini di villaggio concentrati sul loro lavoro manuale. Con tale rappresentazione Courbet non volle eroicizzare quegli uomini; non volle elevare il loro lavoro e la loro condizione; volle semplicemente dare dignità alla loro attività e alla loro vita.

Allo stesso modo Frammartino gira il suo film non alla maniera di un regista come Béla Tarr: non c’è una costruzione formale rigida, platealmente costruita ed esaltante di alcuni particolari fattori; al contrario ciò che è messo in scena non è nient’altro che ciò che è, ovvero la vita di un pastore, di una pecora, di un albero, del carbone (non a caso è inserito questo elemento nel concetto di vita), in un semplice paesello rurale di Calabria. Tale struttura visiva si lega perfettamente alla divisione del film in quattro storie (quella del pastore, della pecora, dell’albero e del carbone): la fine dell’una implica l’inizio dell’altra, in un ciclo che non ha termine (l’opera stessa è circolare).

 

 

 

Allontanandosi quindi dalla gabbia antropocentrica tipica della cultura europea, Frammartino non differenzia in alcun modo le vicende di esseri viventi e non: attraverso richiami, parallelismi e opposizioni insiste su come ogni elemento del creato segua dei percorsi analoghi e si intrecci con infiniti altri elementi: il ciclo giorno-notte si interseca con la processione pasquale (anch’essa un ciclo) la quale, a sua volta, si interseca con quella funeraria. La macchina da presa resta ferma ad osservare i “giochi” della giovane pecorella allo stesso modo di come si ferma ad osservare l’albero cadere per essere portato al villaggio in vista della festa.

La posizione del regista è quindi quella di uno pseudo-documentarista il quale proprio attraverso la dissimulazione del suo ruolo rispetto al film trasmette un’idea di forte rispetto verso una piccola comunità che attraverso le sue tradizioni e le sue routine racchiude un’intera idea: la vita come cerchio e allo stesso tempo continuità. L’intersezione delle diverse storie e dei diversi microcosmi non rimane quindi legata alla sola idea di ripetizione – torna alla mente ancora Béla Tarr con Il cavallo di Torino – ma implica allo stesso tempo una continuità. Se nell’opera del regista ungherese ciò che si percepisce principalmente è la fine di ogni cosa, nel film di Frammartino si avverte chiaramente che la fine di un ciclo non è altro che l’inizio di un altro percorso.

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