Lotta tra suono e immagine in ricordo di Kynodontas.

Adiós entusiasmo (2017, 79′) – Vladimir Durán.

Nel corso degli anni il microcosmo cinematografico di Yorgos Lanthimos è diventato sempre più solido: fatto – come in ogni autore che si rispetti – di elementi chiari, ricorrenti e identificativi. Il suo modo di impostare un crescendo narrativo, le sue scelte visive e attoriali nonché l’ambiente che si respira nei suoi film è diventato (con i dovuti alti e bassi) un vero e proprio marchio di fabbrica.

Tale struttura (nella sua accezione fisiologica di «disposizione delle parti, dei tessuti e degli elementi organici, che entrano nella composizione dei corpi viventi») è così fortemente cristallina e rigida nella sua compiutezza da essere particolarmente soggetta all’agguato di altri artisti i quali, con le dovute attenzioni, riescono a vivisezionare questo organismo in maniera precisa al fine di trarne degli elementi da riutilizzare nelle proprie opere: nulla di così scandaloso in effetti, la storia dell’arte procede in tal modo dall’alba dei tempi.
È questo il caso di Adiós entusiasmo, primo lungometraggio di Vladimir Durán.

Il film richiama da subito Lanthimos ed il suo Kynodontas (2009, 94′), con una situazione assurda e inspiegata verso la quale i personaggi si rapportano con ambigua naturalezza: una madre è rinchiusa da lucchetti e catene nella sua camera da letto e viene sostentata dai suoi quattro figli – tre ragazze tra i venti e i trent’anni e un ragazzino undicenne – attraverso una piccola finestra ovale che collega la sua stanza al bagno. Si intuisce che ciò sia dovuto a probabili squilibri mentali che la affliggono ma poco altro viene detto nel film a riguardo: tutto è governato da leggi dettate da non si sa chi e per chissà quale irragionevole motivo. Neanche i fidanzati delle ragazze e gli amici di famiglia (tra cui la zia dei quattro ragazzi) trovano strano tutto ciò, parlando e discutendo tranquillamente con la donna rinchiusa (questo fa ipotizzare che ella fosse relegata nella stanza da molto tempo – ciò, beninteso, non rende il tutto meno assurdo).

Sopra: Adiós entusiasmo (2017, 79′) – Vladimir Durán; sotto: Kynodontas (2009, 94′) – Yorgos Lanthimos.

La presenza del regista greco quindi si avverte nell’irrespirabile aria che permea le pareti di una casa all’esterno della quale sembra non esserci nulla (Durán si ostina a non voler uscire fuori da quelle quattro mura se non in una manciata di occasioni): i numerosi specchi e superfici riflettenti portano ad una moltiplicazione dei corpi dei personaggi che, nell’enorme spazio dato dal largo formato, sembrano diventare degli impassibili e impersonali manichini che affollano lo spazio: essi sono freddi, assenti, schiacciati da una rigidità compositiva soffocante, merito di una saggia gestione degli spazi e di una peculiare scelta nel rapporto d’aspetto (Super Ultrawide, ovvero un aspect ratio di 32:9): tale soluzione facilita la disposizione di numerose linee verticali (porte e pareti in primis) e quindi lo schiacciamento delle figure ai lati oppure al centro dell’inquadratura.

Ne consegue che ogni tipo di rapporto tra i diversi personaggi è separato costantemente da qualcosa: la madre, in particolare, è solo una voce all’interno del film (separata dagli altri dalle mura della sua stanza); questo essere incorporeo diventa costantemente più fastidioso con lo scorrere dei minuti fino a diventare invasivo, pur non avendo controllo fisico sull’ambiente. Una voce che cerca di prendere possesso del campo cinematografico e lotta con le immagini, con ciò che lo spettatore può vedere (e che inevitabilmente predilige in quanto presenza tangibile).

È necessario chiamare nuovamente in causa Kynodontas per esporre anche ciò in cui Durán fallisce: il film, seppur molto breve, è poco solido. Il concetto di un movimento circolare e sostanzialmente chiuso è sottolineato con particolare incisività e chiarezza dal regista, ma l’impalcatura così costruita sorregge una crescente tensione che finisce per essere principalmente – e superficialmente – narrativa. Se nel film di Lanthimos viene a crearsi una tensione intellettuale sulla base di una costruzione che riflette su qualcosa di molto grande quale il rapporto tra una realtà “fasulla” e una realtà “reale” (si notino le virgolette), la presenza e l’assenza del concetto di dialettica e soprattutto una vera e propria indagine linguistico-antropologica, con un finale estremo a causa delle ipotesi che suggerisce allo spettatore, in Adiós entusiasmo si percepisce un gestione del crescendo il quale, nella sua ambiguità, ricorda molto la trottola del finale di Inception (2010, 148′) di Christopher Nolan: a nessuno importa del fatto che quella trottola continui a girare o si fermi. Il post-film non cambia di una virgola e l’astuto Nolan riesce comunque a portare a casa una schiera infinita di spettatori intenti a sgomitolare una matassa che non ha motivo di essere sgomitolata. Pura – e banale – tensione narrativa, null’altro.

Certo è che Adiós entusiasmo è un ottimo risultato in quanto opera (lungometraggio) prima. Durán risulta essere inadeguato proprio in rapporto alla durata del suo film. Ad esso manca la compattezza estrema di film come Kynodontas o il più recente Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, 2017, 121′) e la loro solidità di scrittura, che li rende impenetrabili e dotati di una coerenza interna accuratamente studiata.

Un regista da seguire, questo è indubbio. La prossima volta però meno Yorgos Lanthimos e più Vladimir Durán, d’accordo?

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3 pensieri riguardo “Lotta tra suono e immagine in ricordo di Kynodontas.

  1. non conosco il regista greco, lo vedrò grazie.

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    1. Di recente è anche uscito nelle sale “Il sacrificio del cervo sacro”: decisamente non ai livelli di Kynodontas ma comunque estremamente degno di una visione.

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      1. Sì, so di questo film ma non l’ho visto.

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