Magia e religione: tre cortometraggi di Luigi di Gianni sulle orme di Ernesto de Martino


La potenza degli spiriti
(1958, 20′); Il male di San Donato (1965, 10′); L’attaccatura (1971, 18′) Luigi di Gianni.

È da Ernesto de Martino (1908-1965) che è importante partire per affrontare il lavoro di Luigi Di Gianni e i tre cortometraggi presi in esame: lui, uno dei padri della moderna antropologia italiana e figura imprescindibile per lo studio delle “plebi rustiche del Mezzogiorno” è stato incisivo – e decisivo – nel percorso cinematografico del cineasta e nella sua concezione di cinema documentaristico, nonché nella sua concezione di rapporto con una realtà culturale verso la quale l’antropologo/regista adotta un approccio senza nessuna assunzione di una presunta posizione di predominanza; al contrario, attraverso una vera e propria integrazione egli si inserisce in un contesto umano che può vivere, oltre che studiare.
In particolare i suoi studi riguardanti la metapsichica e il magismo assumono un valore aggiunto se “corredati” ai cortometraggi di Di Gianni, i quali diventano una vera e propria testimonianza audiovisiva di parte del percorso di De Martino. Attraverso tre diversi “eventi” il regista mostra, nelle relative opere, quanto la religione e la magia si intreccino senza scontrarsi, anzi contaminandosi e creando uno strano e peculiare contrasto per il quale alcune pratiche che tendenzialmente sono respinte dalla chiesa vengono sfruttate da queste persone che si servono, quasi paradossalmente, di oggetti e riti comuni alla religione (cristiana in questo caso). Ne viene fuori una convivenza estremamente interessante per l’antropologo, che si trova ad avere a che fare con un insieme di tradizioni che molto devono a molteplici elementi ereditati dagli antichi ma che allo stesso tempo gradualmente (ci si trova nel periodo compreso tra gli anni ’50 e ’70) vengono a contatto con la modernità, con un’Italia in pieno boom economico, rischiando dunque di sparire senza lasciare traccia.


La potenza degli spiriti (1958, 20′)

Grazie ad un atteggiamento fortemente saturo di trasporto, Di Gianni imprime su pellicola dei momenti di vita quotidiani che, articolati con una certa espressività dal montaggio e dalla messa in scena, molto incentrata sul primo piano e sulla soggettiva, diventano documento e testimonianza di una cultura “altra”. L'”etnocentrismo critico” (termine coniato proprio da De Martino) si realizza pienamente nell’opera del regista: il documentario diventa occasione per confrontarsi con un altro microcosmo; il ruolo dello spettatore è quello di effettuare uno “sforzo critico” per il quale la sua cultura andrà a scontrarsi con l’altra producendo uno “scambio”.

Non stiamo cercando una situazione in cui le cose appariranno a noi proprio come appaiono ai membri di S (un’altra società), e forse una tale situazione non è in alcun modo ottenibile. Piuttosto, stiamo cercando un modo di guardare alle cose che vada oltre il nostro modo precedente, avendo in qualche modo tenuto presente e incorporato l’altro modo di guardare alle cose proprio dei membri di S. Per studiare seriamente un altro modo di vita è necessario cercare di estendere il nostro – e non semplicemente portare l’altro modo entro i confini già esistenti del nostro.[1]

Non solo: in ottica prettamente cinematografica la posizione del fruitore è fondamentale nei tre cortometraggi: l’uso della camera a mano e le soggettive non fanno altro che sostituire lo sguardo della macchina da presa a quella di qualunque spettatore: Di Gianni si avvicina tremolante – nel cortometraggio Il male di San Donato – alle donne e agli uomini durante le loro crisi convulsive, diventa parte di un rito comune all’interno del quale il male (e l’espiazione di esso) diventa evento collettivo; il “dialogo” (espresso dalla tecnica del campo-controcampo) tra la statua di San Donato e i malati è chiaro esempio di come il regista ponga particolare attenzione all’espressività della sequenza cinematografica all’interno del suo cortometraggio.
Tale attenzione è indice anche di saggia gestione di una costruzione audiovisiva che tiene conto della situazione ritratta e che, all’occorrenza, muta e si adegua.



Il male di San Donato (1965, 10′)

Negli altri due cortometraggi, infatti, la regia è più quieta e calibrata nelle sue componenti, prediligendo il passaggio dal primo piano al primissimo piano, concentrandosi sull’ascolto delle descrizioni e delle spiegazioni di alcune pratiche eseguite rispettivamente da un mago/esorcista e da una maga/fattucchiera. Di conseguenza anche all’interno del rituale il regista pone sé stesso in una posizione di maggior rispetto verso i soggetti ripresi, girando in maniera più composta e distaccata: i due “protagonisti” svolgono le loro pratiche in condizioni tali da non risultare assolutamente intaccati dalla presenza di figure esterne (la troupe).

Si profila così il caratteristico paradosso dell’incontro etnografico: o l’etnografo tenta di prescindere totalmente dalla propria storia culturale nella pretesa di farsi “nudo come un verme” di fronte ai fenomeni culturali da osservare, e allora diventa cieco e muto davanti ai fatti etnografici e perde, con i fatti da osservare, la propria vocazione specialistica; ovvero si affida ad alcune “ovvie” categorie antropologiche, assunte magari in un loro preteso significato “medio” o “minimo” o “di buon senso”, e allora si espone senza possibilità di controllo al rischio di immediate valutazioni etnocentriche a partire dallo stesso livello della più elementare osservazione.[2]

Il cinema svolge un ruolo fondamentale nella questione: la rappresentazione “vera” del reale altro non è che un testo antropologico corredato da immagini in movimento: ne consegue che il cinema, data la sua natura, diventa strumento al servizio dell’antropologo e allo stesso tempo mezzo espressivo nelle mani del regista. L’abilità di Di Gianni nell’architettare i suoi cortometraggi impedisce loro – fortunatamente – di rimanere bloccati, come spesso accade, in una posizione di servilità nei confronti dell’altra disciplina (l’antropologia, in questo caso). Il suo cinema inizia a pulsare e a vivere in quanto organismo autonomo, diventa specchio di una realtà “reale” con una naturalezza tipica della finzione: il regista non è un documentarista “puro” (proviene da una formazione di cinema sperimentale) eppure i tre cortometraggi appaiono estremamente “veri”; sinceri. A tal proposito è ironico quanto interessante il fatto che il tema delle tre opere sia il rapporto tra la magia e la scienza laddove alcune pratiche sembrino essere più efficienti della medicina in un paese fiducioso del suo progresso.


L’attaccatura (1971, 18′)

È proprio in questo affresco che si deve leggere il lavoro di Di Gianni e di De Martino: essi sono quelle “plebi rustiche del Mezzogiorno“, diventando etnologi di sé stessi, pur mantenendo il loro bagaglio culturale (l‘”etnocentrismo critico” a cui si è accennato sopra), e in tale condizione possono diventare realmente parte di quel mondo pagano-religioso che non è la conseguenza della condizione “primitiva” di una cultura fuori dalla storia, ma una conseguenza del contatto tra due mondi: quello rustico e quello moderno (concetto sul quale Clara Gallini ha dedicato parte dei suoi studi e che è base del cortometraggio L’attaccatura).

Si noti infine che l’insistenza su termini quali “vero” e “reale” hanno il banale scopo di mettere quanto più possibile in luce l’importanza del cinema nel dibattito demo-etno-antropologico in quanto forma artistica che più di tutte può restituire l’essenza e la forma del reale. Esso non genera solo “supporti” ma è documento e allo stesso tempo interpretazione del documento (parafrasando le parole di Gallini).
Autore in un periodo storico che non dava spazio all’antropologia e soprattutto non dava supporto alcuno al lavoro degli studiosi, Di Gianni ha lasciato dei documenti e delle opere importantissime per l’antropologia quanto per il cinema, imprimendo su pellicola delle realtà che sono oramai – quasi – scomparse.

«Ricorderemo il mondo grazie al cinema» dice il protagonista di Century of Birthing (Siglo ng pagluluwal, 2011, 360′) – Lav Diaz: una frase che probabilmente sarebbe piaciuta molto a De Martino e che potrebbe piacere molto allo stesso Di Gianni.


Riferimenti bibliografici:

[1] PETER WINCH, Understanding a Primitive Society.

[2] ERNESTO DE MARTINO, La fine del mondo, Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino, 1977, p. 391.

FABIO DEI, Antropologia Culturale, Il Mulino, 2012.


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