Elegìa di Fogo: il nulla è a casa e la salvezza è al di là.

Fogo (2012, 61′) – Yulene Olaizola.

Oggi è sempre più raro – e quasi estinto – il sentimento della nostalgia della propria terra, l’attaccamento alla propria casa, il respiro della propria aria e il suono del proprio luogo. Oggi ovunque è “casa” (e, di conseguenza, da nessuna parte): ci si sposta in continuazione, e la giovinezza diventa da principio un preambolo alla partenza; ci si dimentica della bellezza della terra.

Gli abitanti di una comunità sono portati via dall’isola di Fogo per essere integrati in altri luoghi, più popolati, con maggiori risorse e, soprattutto, con la certezza di non correre il rischio di vivere – ed eventualmente morire – in una terra che, a quanto pare, sta per spegnersi. C’è però chi resta, chi ha in quelle distese la propria casa, la propria aria e il proprio suono.

Non si tratta di un documentario ma di un’elegia: il triste lamento di un anziano signore che canta la sua terra, con un accento di difficile comprensione e con un testo tutto sommato non troppo comprensibile. Eppure nell’oscurità che avvolge il termine di ogni sequenza di Fogo vi è qualcosa che si percepisce: la stasi di chi ha deciso di restare e di sopravvivere un altro giorno. È Il cavallo di Torino (A torinói ló, 2011, 155′) capovolto, dopotutto: nell’ultima opera di Tarr, così come nel document(o)ario Tarr Béla: I used to be a filmmaker (2013, 88′) – Jean-Marc Lamoure, è esplicitato un concetto molto chiaro relativo ad una “maledizione” che attanaglia quelle pianure ungheresi dalle quali non si può scappare e al di là delle quali non vi è nient’altro se non altre ampie e deserte pianure: i due protagonisti del film tentano di andare via; escono dal campo visivo della mdp; pochi secondi bastano per vederli tornare indietro. La mdp non ci mostra l’al di là, non ce n’è bisogno: oltre quella collina vi è il nulla. I due sono costretti a tornare a casa, alla meccanica routine che, giorno dopo giorno, li porterà all’abisso.

 

Al contrario, in Fogo, il nulla è a casa e la salvezza è al di là. Nella poetica degli sguardi di Yulene Olaizola, che concorrono all’espressività estrema del cinema di Bartas, c’è un forte senso di nostalgia, disillusione e amore. Il fuori-campo di Fogo è Fogo stessa: gli occhi dei protagonisti oltrepassano costantemente l’inquadratura puntando verso uno spazio non accessibile allo spettatore poiché ciò che c’è al di là è chiaro fin da subito: delle meravigliose distese pianeggianti, laghi ghiacciati e prati nei quali unirsi alla natura, in sequenze che ricordano, a modo loro, Two years at the sea (2011, 88′) – Ben Rivers. Su questi veri e propri tableaux vivant cala il nero sipario della fine di ogni sequenza: qualche secondo di buio prima che un altra scena inizi. E così un lampione si spegne, una lampada ad olio termina il suo carburante (torna ancora alla mente l’opera ultima di Béla Tarr), l’home brew (che potrebbe essere tradotto con “birra fatta in casa” ma non ne sono certo) è gustato fino all’ultima goccia («così come la vita» dice uno dei personaggi): resta la luce che penetra da fuori come una lama nelle buie case; resta una vecchia stufa alimentata da quello che sembra esser stato l’ultimo albero di tutta l’isola.

 

Fogo non è un documentario, si ribadisce, e nemmeno un film di finzione; è piuttosto un’opera affine a Le quattro volte (2010, 88′) – Michelangelo Frammartino: è la messa in scena fittizia di una realtà “reale”, estetizzata al fine di dare una precisa immagine di un luogo e la precisa sensazione di un sentimento. Ed ecco che nella non-recitazione dei non-attori di Fogo si avverte una reale emozione, manipolata dall’artista per farne materia cinematografica seppur mai estrapolata dalle vere emozioni proprie di un gruppo di uomini che realmente ama il proprio luogo e la propria casa.
Tutto termina per poi ricominciare, questo Frammartino lo sa bene; d’altra parte Olaizola vuole riportare il suo mondo ad una condizione semplice, basilare, fatta di giorni dedicati alle comuni mansioni di un umile pastore/agricoltore, in compagnia dei suoi fedeli compagni a quattro zampe e di un microcosmo diventato oramai famiglia. Questo è Fogo, l’elegìa di casa.

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5 pensieri riguardo “Elegìa di Fogo: il nulla è a casa e la salvezza è al di là.

  1. Non conosco; che voglia di vederlo!

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      1. Grazie mille, sei gentile.

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