«L’animazione è l’illusione della vita»: l’opera d’arte è una bugia.

Living still life (La résurrection des natures mortes, 2012, 15′) – Bertrand Mandico.

L’animazione è l’illusione della vita.

– Walt Disney

Bertrand Mandico, partendo da una frase di Walt Disney, sembra voler dare al suo Living Still Life una triplice natura: da una parte quella di un elogio dell’arte, unica dispensatrice di eternità dacché l’uomo è sulla Terra; dall’altra, quella di un’opera che ricorda al mondo intero che il cinema è l’unica arte ad avere il potere di riavvolgere le lancette dell’orologio, di “violare” il secondo principio della termodinamica e, di conseguenza, della freccia del tempo.
Infine, constata tristemente come tale eternità non sia altro che una consolazione, un modo per dire a noi stessi che in qualche modo si può riuscire ad avere potere sul tempo. 

Il suo mondo non a caso si presenta incredibilmente saturo: una natura quasi irreale, ricca di colori accesi e prepotenti. Le parti iniziali dei quattro episodi nei quali è diviso il film colpiscono aggressivamente per la loro esuberanza cromatica e il lento movimento della macchina da presa altro non fa se non costringere insistentemente la vista a godere di tali palettes, e in questo tripudio di pigmenti ecco che si presenta – in ogni episodio – la natura morta, il soggetto pronto a riprendere vita. Tutto ciò – però – è una menzogna.

Vengono alla mente le parole di Vasari su Leonardo nelle Vite:

[…] Disegnò cadaveri che egli di sua mano scorticò e ritrasse con grandissima diligenza, dove egli fece tutte le ossature et a quelle congiunse poi con ordine tutti i nervi, e coperse di muscoli i primi appiccicati all’osso, et i secondi che tengono il fermo, et i terzi che muovano. [1]

Un collegamento audace, questo, soprattutto se ad esso si aggiunge il fatto che Da Vinci – contrariamente alla protagonista di Living Still Life e analogamente ad una figura più vicina al nostro tempo come Eadweard Muybridge – ebbe quale principale interesse quello della ricerca della verità: attraverso la conoscenza del corpo umano, del suo funzionamento e, di conseguenza, del suo movimento, egli aspirò a conoscere la verità delle cose: la vita.
Allo stesso modo Muybridge (qualche secolo dopo il genio fiorentino) portò avanti numerosi studi sul movimento dei corpi intraprendendo un viaggio iniziato con lo studio del movimento di un cavallo al galoppo; da lì in poi il principale interesse della sua fotografia divenne quello di indagare il movimento reale del mondo, arrivando a progettare uno strumento capace di riprodurre senza soluzione di continuità le sue sequenze fotografiche (un antenato del cinematografo e della tecnica dell’animazione, dopotutto).

Studi da The Human figure in motion

Proprio nella dicotomia verità-illusione si articola il rapporto tra questi due artisti e l'”artista” di Living Still Life: ella illude sé stessa (allo stesso modo Mandico lo fa con lo spettatore) – e un altro personaggio, nell’ultima parte del film – mettendo in movimento dei corpi, ridando loro vita per la breve durata delle sue animazioni. La sua creazione artistica non punta dunque alla conoscenza del vero ma da esso parte in quanto presupposto
L’opera d’arte in questo contesto non congela la vita (rendendola immortale) ma riavvolge il tempo. Il movimento non è più indice di vita e verità; al contrario è espressione di un’enorme bugia, che certo gli uomini sono disposti ad accettare pur di lenire le proprie sofferenze e di non sentirsi meno soli nel loro inesorabile viaggio verso la disgregazione (il secondo principio della termodinamica di cui sopra). L’ultima delle 4 sezioni del film è emblematica di questo aspetto: dopo aver “riportato in vita” degli animali la protagonista accetta di agire analogamente sulla moglie morta dell’uomo che le chiede aiuto. La forte saturazione del film in quest’ultimo caso non si riscontra in una flora esuberante e innaturale, ma nelle piangenti pareti di una casa di tarkovskijana memoria, abitazione ma allo stesso tempo scrigno e custode di preziosi ricordi.

Ecco che l’illusione della vita ancora una volta viene messa in scena attraverso la creazione artistica. Ciò che rimane alla fine del film, però, è proprio ciò che fa da sfondo al movimento degli animali e della donna nell’ultima scena: uno sfondo nero; la non-morte e, allo stesso tempo, la non-vita. Ciò che rimane è un’opera d’arte-contenitore di illusioni che mostra allo spettatore la sua terza natura: l’animazione è l’illusione della vita.


Riferimenti bibliografici:

 

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2 pensieri riguardo “«L’animazione è l’illusione della vita»: l’opera d’arte è una bugia.

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