Il movimento di macchina quale freccia del tempo cinematografica.

Excursus Laterale: Piorun Stanislaw from Brudnow (2014, 4′) – Piotr Piasta.



Excursus Laterale è una “rubrica” che ripercorre parte della storia del Laterale Film Festival attraverso le opere proiettate nelle precedenti edizioni. Attraverso questi articoli si proverà a creare una «vera e propria raccolta di testi relativi alle opere di questi artisti invisibili, affinché il loro lavoro possa uscire al di fuori delle quattro mura della sala e rimanere in contatto con il pubblico delle precedenti edizioni e con quello – anch’esso invisibile – delle successive».

Excursus Laterale – Catalogo.


È probabilmente riduttivo scrivere di Piorun Stanislaw from Brudnow senza considerare gli altri due tasselli di Last Object, un progetto iniziato dal regista nel 2014 che comprende altri 2 film riguardanti il passato di altrettante persone le quali, fuori campo, raccontano un aneddoto, il loro passato oppure semplicemente cantano una canzone. D’altra parte essi (i cortometraggi) sono così formalmente legati tra loro da concedere di non mancare troppo di rispetto alle altre due opere scrivendo in questa sede di una sola di esse: facendolo, si toccherà una e tutte e tre allo stesso tempo.

Si può facilmente immaginare un film senza attori, senza musica, senza scenografie e persino senza montaggio, ma non si può immaginare un’opera cinematografica senza la sensazione dello scorrere del tempo all’interno dell’inquadratura¹.

È curioso constatare come il tempo scorra in due diverse modalità nell’opera di Piasta e come queste due siano il suo fondamento stesso: si ha un fluire del tempo all’interno della sequenza (il film è fatto da un’unica carrellata verso destra) che è quel fluire al quale Tarkovskij fa riferimento nel suo testo ma allo stesso tempo un fluire esterno al visibile del quale però il visibile è testimone e del quale la sequenza si fa portatrice.

La carrellata verso destra che compone i quadri di ognuno dei cortometraggi della serie è, in fin dei conti, una “freccia del tempo cinematografica” (una definizione tautologica, in fondo): un movimento che non può tornare indietro, quello della macchina di Piasta, che nel suo fornire “informazioni” non agisce alla maniera del movimento – ad esempio – di una delle prime carrellate di Stalker (1979, 162′) nel quale la mdp di Tarkovskij si muove da destra a sinistra sui volti dei tre personaggi a letto svelando e mutando la situazione della sequenza man mano che il suo occhio torna sui suoi passi (e che, di fatto, è un movimento ciclico)²; in Last Object il movimento di macchina è lineare e soprattutto cronologico: gli oggetti mostrati sono inizialmente quelli del mestiere della persona che parla (selle, forme per scarpe, pettini e parrucche, macchine per cucire) e man mano diventano quelli della sua vecchiaia (tazze e dolci, misuratori di pressione, tovaglie ricamate, vecchie fotografie, telefoni); le brevi pause di nero diventano una sorta di “avanti veloce” del tempo che però non interrompono il movimento di una mdp che cambia addirittura posizione rispetto agli oggetti – che sono ripresi frontalmente o dall’alto – in questo finto piano sequenza che è l’essenza stessa del/i film in questione: la funzione del cinema in questo caso è quella di assecondare e accettare lo scorrere del tempo nella realtà attraverso la sua gestione nel campo al fine di restituire un altro “tipo” di tempo fuori dal campo: più astratto, suggerito e soprattutto anticipato dalla voce anziana di un personaggio che sembra aspettare “l’arrivo” della mdp al suo tempo, quello del monologo di ognuno dei film. Dunque il tempo che fluisce attraverso gli oggetti rappresentati è fattuale nei singoli segmenti del piano sequenza ma fittizio nell’ambito della rappresentazione della vita del “protagonista”.

Immagino così il modo ideale di fare un film: l’autore prende milioni di metri di pellicola sulla quale, di seguito, secondo dopo secondo, giorno dopo giorno e anno dopo anno è stata seguita e fissata, per esempio, la vita di un uomo dalla nascita fino alla morte, e da tutto ciò, per mezzo del montaggio, tira fuori duemilacinquecento metri, ossia un’ora e mezzo di tempo sullo schermo³.


Il movimento di macchina in Stalker (sopra) va da destra verso sinistra per poi tornare a destra; in Piorun Stanislaw from Brudnow (sotto) la mdp va esclusivamente da sinistra verso destra.


In circa 4 minuti Piotr Piasta crea due linee temporali che non scorrono con la stessa velocità ma che sono accomunate dall’equazione ΔS ≥ 0 che è «l’unica equazione della fisica fondamentale che conosce la differenza fra passato e futuro. La sola che ci parla del fluire del tempo»; equazione, questa, che è applicata anche al “percorso temporale” della la macchina da presa (questa è l’aspetto più interessante dei film di Last Object). Non le è concesso infatti di invertire il suo percorso: l’ultima – seppur non ultima – tappa di tale movimento è, ovviamente, lo schermo nero; un punto oltre il quale non è possibile andare semplicemente perché al momento della ripresa non c’è altro; d’altra parte però quel nero è anche un futuro punto d’arrivo – seppur non d’arrivo –, quello che ogni essere vivente raggiunge (questo punto d’arrivo è chiaramente una convenzione che l’uomo chiama “morte”).
Rimane l’arte e soprattutto il cinema, al quale è concesso, tra tutte le altre arti, di far rivivere il tempo e di farlo fluire infinite volte.


Riferimenti bibliografici:

  • ¹A. TARKOVSKIJ, Scolpire il tempo, Firenze 2016, p. 108.  
  • ²https://www.youtube.com/watch?v=Z3wBOzfeQFY&t.
  • ³A. TARKOVSKIJ, Scolpire il tempo, Firenze 2016, p. 62.  
  • ⁴C. ROVELLI, L’ordine del tempo, Milano 2017, pag 6
  • http://piotrpiasta.com

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