L’inquietante bellezza della macchina da Adorno a Warhol.

Excursus Laterale: cane, caro (2015, 18′) – Luca Ferri.



Excursus Laterale è una “rubrica” che ripercorre parte della storia del Laterale Film Festival attraverso le opere proiettate nelle precedenti edizioni. Attraverso questi articoli si proverà a creare una «vera e propria raccolta di testi relativi alle opere di questi artisti invisibili, affinché il loro lavoro possa uscire al di fuori delle quattro mura della sala e rimanere in contatto con il pubblico delle precedenti edizioni e con quello – anch’esso invisibile – delle successive».

Excursus Laterale – Catalogo.


Le idee che si hanno sono sufficienti a consentire agli esperti di decidere se il loro originatore è un personaggio compulsivo, un tipo orale o isterico. Grazie alla diminuita responsabilità che sta nel suo distacco dalla riflessione, dal controllo razionale, la speculazione stessa viene consegnata come oggetto alla scienza, la cui soggettività si estingue con essa. Il pensiero, nel lasciarsi ricordare le sue origini inconsce dalla struttura amministrativa dell’analisi, dimentica di essere pensato. Dal vero giudizio diventa roba neutrale. Invece di dominarsi svolgendo il compito di concettualizzazione, si affida impotentemente all’elaborazione da parte del medico, che in ogni caso conosce tutto in anticipo. Così la speculazione è definitivamente frantumata, diventando essa stessa un fatto da includere in uno dei dipartimenti di classificazione come prova che nulla cambia¹.

C’è un inquietante amore e allo stesso tempo un rassicurante odio nei confronti della macchina in cane, caro. Un contrappunto cinematografico fatto di freddezza formale e calore interno, di eclissi dell’autore e di forte individualità.
Ferri parte da una materia di base non sua: Experiments in the Revival of Organisms (Ėkspetimenty po oživleniju organizma, 1940, 20′) – D. I. Jašin², un documentario il quale, come da titolo, mostra gli esperimenti del dott. Sergej Sergeevič Brjuchonenko nel tentativo di riportare in vita singoli organi di cani fino ad una vera e propria resurrezione dopo mediamente una decina di minuti di morte clinica (con successo, tra l’altro), grazie ad una macchina di sua invenzione (l’avtožektor) capace di mantenere attive le funzioni dei singoli organi al di fuori del corpo dell’animale (per tutti gli altri dettagli rimando al video nelle note).
In queste immagini il regista innesta un testo “recitato” da una voce robotica: quanto di più impersonale si possa immaginare. Come Warhol vuole essere una macchina³, vuole estrapolare il video e la parola da un contesto, assumerli quali forme e suoni autonomi e dare loro una coesione artistica? Lo conoscerà Warhol, Luca Ferri? Oppure non ha mai avuto interesse neanche in lui tra gli artisti contemporanei che cerca di evitare «il più possibile»? Può darsi.
E se ciò che fa cane, caro fosse anche oltre al concetto warholiano di volontà di mutazione in macchina? Dopotutto l’artista della Pop Art ama la macchina, aspira ad essa, tende alla ripetizione perpetua e all’annullamento di sé nei confronti dell’opera ma allo stesso tempo le dona dignità artista: la non-opera della Pop Art va in museo, dopotutto, e Warhol – così come i suoi “colleghi” – ne è consapevole.

cane, caro fa di tutto per annullare qualunque briciolo d’impronta dell’artista. È un film dopotutto, ed il cinema non richiede l’impronta manuale del suo autore come del pennello sulla tela di un pittore. Qualcuno però dovrà pur tenere in mano la macchina da presa, no? cane, caro annulla anche ciò, componendosi di immagini che qualcun altro ha già girato. Rimane una voce, anch’essa non dell’autore e neanche di un essere umano: un software che scandisce lettere, sillabe, parole e frasi senza modulazioni di alcun tipo.
La dicotomia insita in cane, caro è proprio ciò che lo rende interessante: l’autore c’è, ma deve essere cercato dietro al muro monocromo dell’immagine e del suono autonomo, quasi come se il significante non corrispondesse ad alcun significato all’interno dell’opera ma diventi tale solo attraverso lo sforzo dello spettatore di dare colore a quelle forme così drammaticamente identiche tra loro.

Tutti sono gentili come da protocollo, che orrore amico mio. Come possiamo uscire da questa sporca recitazione?

Eppure il titolo stesso dell’opera la ri-personalizza, così come l’insistenza su quelle due parole (cane caro/caro cane) e sul forte contrasto tra il significato di quella che sembra una vera e propria lettera dedicata all’animale e le forti immagini del documentario. Ferri porta l’attenzione esplicitamente su Adorno (ironicamente sulla figura del dottore che tanto gli somiglia) il quale porta immediatamente a riflettere sul valore del calore e sulla riflessione relativa a ciò che le immagini, contrastando il significato del testo processato dal robot, portano con sé.
Il discorso del regista è fondamentalmente umano. Il suo caos nell’ordine (tornando ancora una volta alle parole del filosofo tedesco) richiama ad una dimensione intima dei rapporti – non solo umani. Un richiamo ad una semplicità che non è asetticità, ad un contatto con ciò che è interiore e non solo all’interno e soprattutto un invito al sentire e non solo a dissezionare e sprecare tutte le proprie energie nella disperata ricerca di un’oggettività che possa dare conforto all’uomo nell’ambito delle sue relazioni col mondo. Pare addirittura che, alla fine del film, la voce robotica inizi a commuoversi, estenuata essa stessa dall’opera insistente e reiterata di Luca Ferri, nella quale la “bellezza” della macchina diventa quanto di più atroce si possa immaginare. Essa riporta in vita il cane per nessun motivo se non quello di afferrare la morte e avere la parvenza di poterla gestire e controllare. Questa commozione è forse un miraggio, dato da un significante che ostenta indifferente la sua natura fredda e robotica. Che Luca Ferri trovi nei precisi e perfetti procedimenti meccanici un certo godimento, è chiaro. Ciò è dovuto alla purezza del movimento meccanico o più semplicemente all’assenza del fallibile e sporco uomo? Dopotutto, alla luce della visione di cane, caro, resta solo un’amara constatazione: «siamo in un palude infinita».

Ho realizzato alcune cose più chiaramente ed efficacemente. Tu sei caldo, per esempio. E prima. Eri freddo. Ecco perchè, cane caro, sei così caldo. E questo è abbastanza per me.


Riferimenti bibliografici:

  • ¹ «The ideas one has are just good enough to allow experts to decide whether their originator is a compulsive character, an oral type, or a hysteric. Thanks to the diminished responsibility that lies in its severance from reflection, from rational control, speculation is itself handed over as an object to science, whose subjectivity is extinguished with it. Thought, in allowing itself to be reminded of its unconscious origins by the administrative structure of analysis, forgets to be thought. From true judgement it becomes neutral stuff. Instead of mastering itself by performing the task of conceptualization, it entrusts itself impotently to processing by the doctor, who in any case knows everything beforehand. Thus speculation is definitively crushed, becoming itself a fact to be included in one
    of the departments of classification as proof that nothing changes» in T. ADORNO, Minima moralia: reflections from damaged life, New York 2005, p.69.
  • ² https://archive.org/details/Experime1940 
  • ³ A. B. OLIVA, Figure americane, in Litografia serigrafia. Le tecniche in piano, a cura di Ginevra Mariani, Roma 2006, p. 92. 
  • ⁴ http://cerchiomagazine.altervista.org/filmmaker-festival-2015-cane-caro-tre-domande-a-luca-ferri-intervista-di-patrizia-emma-scialpi/

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