Il riflesso dell’infinito negli occhi di una tartaruga.

La tartaruga rossa (La tortue rouge, 2016, 80′) – Michaël Dudok de Wit.


L’arrivo ad un cinema che non ha bisogno di parlare. L’arrivo, non il ritorno. Se il cinema muto non aveva i mezzi per dare voce alle sue storie, questo cinema li rifiuta. Un rifiuto non dato da una ribellione verso le attuali potenzialità della settima arte ma dall’autosufficienza di un’opera che ha raggiunto un perfetto equilibrio di forma e sostanza, tale da potersi permettere di non far pronunciare una sola parola ai suoi protagonisti.

Subito si è catapultati in mare, nel bel mezzo di una tempesta: un uomo riesce in qualche modo a salvarsi e ad arrivare sulle sponde di un’isola. Partendo proprio da ciò il regista inizia a dipingere il quadro di una storia che non ha coordinate spazio-temporali e che vede dei personaggi senza nome muoversi all’interno di un ambiente in un luogo non precisato. Non si sa perché l’uomo si trovi in quella situazione, non si sa nulla del suo background e non è dato sapere, allo spettatore, nulla di più di ciò che il film mostra. Attraverso questa scelta Michaël Dudok de Wit pone il film in una dimensione trascendentale e universale, di distacco nei confronti di un essere dopotutto molto piccolo.

Animazione tradizionale (con qualche coesa incursione del digitale) e semplicità nel tratto e nel colore richiamano la tradizione pittorica del Giappone, senza tentare mai di emularla: questo conferisce personalità all’opera ed uno stile peculiare, piacevole, più netto rispetto ai cortometraggi ai quali il regista ha abituato, eppure non meno poetico e ricercato esteticamente. Una ricerca che non ha semplice valore formale ma sottolinea la condizione di un’umanità la quale non è altro che un piccolissimo granello nell’immensità della Natura, madre e matrigna. De Wit insiste nel ricordare costantemente al protagonista e allo spettatore che la Natura non è attivamente malvagia e non è un ostacolo da superare o un avversario da sconfiggere: la predominanza di campi lunghissimi e di brevi (seppur numerosi) momenti dedicati esclusivamente agli altri “abitanti” dell’isola non è quindi volta a focalizzare l’attenzione sulla terrificante grandezza del creato ma su quanto tutti siano parte di un Tutto.

L’uomo tenta disperatamente di fuggire dall’isola (costruendo delle zattere e – in meravigliose scene oniriche nelle quali anche la musica fa la sua comparsa – volando su lunghissimi ponti che portano oltre l’orizzonte) ma rimane confinato in uno spazio a causa di una grossa tartaruga che, simbolo della Natura stessa, lo costringe a fare i conti con se stesso e con un luogo che non ha assolutamente interesse nella sua presenza. In  un poetico affresco delicato e leggero non mancano momenti di forte dramma e tensione, gestiti sapientemente dal regista con un ritmo cadenzato che tiene alta l’attenzione per tutta la durata del film: diversi snodi di trama infatti contribuiscono a creare nuove situazioni che, in maniera irreale – e non – fanno cambiare direzione ad una pellicola che cerca di abbracciare tantissimi temi, sviluppandoli quanto basta per suscitare nel fruitore affollati pensieri sulla miriade di spunti offerti da Michaël Dudok de Wit.
L’arrivo di una donna e di un bambino cambiano totalmente la percezione della vita da parte dell’uomo, memore di un mondo dal quale proviene e nel quale non sente più il bisogno di tornare. Sarà il bambino (poi ragazzo e uomo) a ripetere quasi pedissequamente il percorso del padre sull’isola, riuscendo dove egli fallì.
Il cerchio, quindi, è la forma del film. Dalla morte scaturisce la vita e così via. Tutto è circolare nella pellicola e tutto, con piccole variazioni, è unico. Beninteso, il susseguirsi di eventi de La tartaruga rossa non è esclusivamente causale; questa grande Madre è indifferente nel bene e nel male: l’uomo non uccide la foca per costruire un raffazzonato abito: la trova già morta; il bambino mette in bocca un granchio e subito dopo lo sputa: un gabbiano lo afferra e lo porta comunque alla morte; un’inondazione colpisce tutta l’isola, e con essa tutti i suoi abitanti.
Il regista tiene bene a mente il valore del rapporto tra la Natura e i suoi abitanti e mantiene una certa chiarezza nell’evitare di porre una delle due parti come “antagonista”.

L’uomo è parte di qualcosa, non padrone, non servo. La tartaruga gigante che lo riporta sulle rive lo riporta anche ad una condizione di parità con il mondo, e ricorda lui che ogni granchio, foglia e ramo sono solo di passaggio.

Andrej Tarkovskij scrive in Scolpire il tempo riguardo lo haiku, un tipo di componimento poetico di incredibile essenzialità:

Lo haiku coltiva le proprie immagini in maniera tale che non significhino nulla all’infuori di se stesse, esprimendo tuttavia, allo stesso tempo, così tanto che è impossibile coglierne il significato complessivo. Cioè, l’immagine nello haiku corrisponde tanto più esattamente alla propria destinazione, quanto più impossibile risulta farla entrare in qualunque forma concettuale e intellettuale. Chi legge la poesia haiku deve dissolversi in essa come ci si dissolve nella natura, sprofondare, perdersi nelle sue profondità come nel cosmo dove non esistono né basso né alto¹.

In conclusione, La tartaruga rossa possiede tutte le caratteristiche di uno haiku: immediatezza, purezza, assenza totale di ogni elemento accessorio, semplicità e soprattutto un’immensità di suggestioni, suscitate soprattutto dal non-detto. Per riprendere ancora una volta Tarkovskij: «Amo molto l’atteggiamento dei giapponesi nei confronti della natura. Cercano di concentrarsi su uno spazio ristretto e di vedervi il riflesso dell’infinito»².

Il riflesso dell’infinito negli occhi di una tartaruga.


Riferimenti bibliografici:

  • ¹ A. TARKOVSKIJ, Scolpire il tempo, Firenze 2016, p. 100.  
  • ² T. MASONI, P. VECCHI, Andrej Tarkovskij, Milano 2015.  
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