Una dimora di geometria e poesia.

A return (2018, 6′) – James Edmonds.


Click here to read the english version of this article.


Prima dell’inizio ufficiale del Laterale Film Festival 2019 questa pseudo-rubrica tenterà di mettere in luce, attraverso articoli dedicati ai film scelti, quali sono gli elementi principali di questa selezione, i contatti reciproci e la natura affine delle opere nella consapevolezza della distanza geografico-culturale dei loro creatori. Si cercherà di tracciare un percorso (così come quello di Excursus Laterale, all’interno del quale andrà a confluire questa serie di articoli subito dopo la chiusura dell’edizione di quest’anno) tra queste opere al fine soprattutto di dare loro un rilievo prima e dopo l’esperienza della sala, una casa temporanea sia per gli artisti e le loro opere che per gli spettatori, naviganti e visitatori di questa città che da anni accoglie il cinema Laterale e i suoi figli dando loro un posto in cui fermarsi per qualche giorno.

Catalogo


«Un viaggio, una casa per gli esuli» è il sottotitolo dell’articolo di presentazione di questa pseudo-rubrica dedicata alla Selezione Laterale 2019; A Return è, tra gli esuli, uno dei più esuli e bisognosi di una dimora, un film che fa del ritorno la sua ragion d’essere. La sua creazione è, infatti, data dall’alternarsi di riprese di due differenti luoghi che il regista ha impresso su pellicola e che ha sovrapposto secondo criteri che potrebbero essere definiti armonici/musicali piuttosto che logico-sintattici.1 Non è difficile avere la sensazione di trovarsi davanti a quelli che Jonas Mekas chiamava “glimpses of beauty”, eppure ci sono delle differenze nella maniera in cui i registi in questione si relazionano verso i loro personali “glimpses”.

In film come Reminiscences of a journey to Lithuania il soggetto (Mekas) è esterno all’oggetto (la casa) e lo contempla con una dolcezza e sincerità propria del regista Lituano, il quale resta astratto (il suo parlare fuori campo ne è una chiara esemplificazione) nell’idea stessa dell’utilizzare il cinema quale foglio bianco sul quale scrivere di memorie e pensieri. Ecco quindi che la sua vecchia casa è un obiettivo, qualcosa sul quale puntare il focus dall’esterno. In A return, invece, il regista è all’interno e guarda verso l’esterno, il suo sguardo proiettato dall’abitazione verso ciò che sta oltre la finestra, l’estetizzazione data anch’essa intrinsecamente dalla forma e non “attribuita” al contenuto. In altri termini, l’estetica dei “glimpses of beauty” di Edmonds differisce da Mekas nella volontà di assemblare “glimpses” poeticamente intensi a priori e non resi tali da qualcosa che ad essi viene legata (nel caso del secondo regista quel “qualcosa” è dato dalla consapevolezza della sua posizione nei confronti di ciò che è ripreso, consapevolezza data dalle famose scritte che compaiono nei suoi film e dalla sua pratica di “liricizzare” i ricordi e i pensieri).
I luoghi di A return trasmettono – nel loro scambiarsi e mescolarsi – il calore e la bellezza di un nido, i volti dei propi cari, gli animali, gli alberi, i cieli: tutto è casa, tutto è un’unica atmosferica rappresentazione della dimora e della prossimità.

Il rapporto tra i due luoghi nei quali sono stati girati i frammenti del film è interessante in quanto alternanza e sovrapposizione di due macro-caratteri dell’immagine: quello geometrico-lineare e quello pittorico-sfumato. Ciò che differenzia infatti le due location è la scelta del regista di riprendere elementi strutturali ed elementi naturali nel passaggio da Berlino al sud dell’Inghilterra, intrecciandoli e creando forme del tutto nuove, ora spigolose, ora curvilinee, infine fuse a creare una casa del tutto nuova.
Questo (ri)allinearsi delle immagini non è altro che una mescolanza di suggestioni sedimentate nei ricordi, un processo comune che riguarda la memoria e che porta alla rielaborazione – chiaramente falsata – di un luogo che non è quello che realmente è, e che allo stesso tempo è proprio ciò che è (la verità poetica del ricordo consiste proprio nella sua fumosità).

Negli occhi dell’artista il mondo è esattamente quello presente nelle opere, con le sue personali regole e schemi. Ritornando al paragone Mekas-Edmonds è possibile chiarire ulteriormente la questione relativa alla loro percezione delle cose.
Il primo osserva il mondo in maniera del tutto naturale (dove per “naturale” si intende la meccanica rappresentazione data dalla macchina da presa) eppure – qui sta il piacevole paradosso del cinema del regista – restituisce al suo spettatore una visione estremamente unica e personale, modulata e formatasi artisticamente a posteriori rispetto alle riprese e a priori rispetto al film compiuto; il secondo parte da una visione che è esteticamente realizzata nell’inquadratura stessa, creata da lui nel momento della ripresa, poetica nella sua compiutezza e realizzata nella sinfonia messa in scena nel film ultimato. Si potrebbe dire, rimanendo in ambito musicale, che il cinema di Mekas sia composto da canzoni e quello di Edmonds da brani strumentali.

L’espressione più compiuta di questa idea musicale del film è forse riscontrabile nella scelta di utilizzare come colonna sonora il suono di un fiume che incontra il mare,2 una delle scene più potenti alle quali si può pensare in relazione all’idea della sovrapposizione e intreccio naturale delle immagini: è proprio così che i frammenti del film si susseguono, secondo una logica puramente istintiva e “naturale”, come se le immagini si attraessero fra di loro e il compito del regista fosse solo quello di assecondare questa tensione/attrazione. Il ritorno a casa è, in questo caso, un viaggio non fisico (si ribadisce la posizione del regista nei confronti dei luoghi che sono ripresi – egli guarda tutto da dentro. È già in casa, sostanzialmente) quanto mnemonico ed evocativo, nel quale matematica e poesia dialogano tra loro e infine convergono: Mondrian e Kandinskij, Ghiberti e Brunelleschi, Policleto e Fidia, Bach ed Händel. A return è una sinfonia di «due mondi che diventano uno».3


Bibliografia

1 «Tutto è stato fatto semplicemente osservando i negativi in mano, senza nessuna forma di lavoro di stampa, o in sede di montaggio, ma semplicemente tramite la relazione tra il materiale e la mia lettura intuitiva delle sue strutture, e il ricordo dei suoi luoghi e colori».
2 «Il suono è stato registrato principalmente nella location finale delle riprese: nella quale un fiume, che ha origine vicino al mio paese natìo, incontra infine il mare».
3 «Le strutture cambiano e si mescolano, due mondi che diventano uno».


http://jamesedmonds.org/
https://mubi.com/notebook/posts/toronto-wavelengths-preview-we-do-not-care-if-we-go-down-in-history-as-contrarians



English version


A home of geometry and poetry.

A return (2018, 6′) – James Edmonds.


Before the official start of Laterale Film Festival 2019 this pseudo-column will attempt to highlight, through articles dedicated to the selected films, the main elements of this selection, the mutual contacts and the similar nature of the works in the awareness of the geographical-cultural distance of their creators. The column will try to trace a path (as well as Excursus Laterale, in which this series of articles will come together immediately after the closing of this year’s edition)among these works in order to above all give them a remark before and after the experience of the cinema hall, a temporary home for both the artists and their works and for the spectator, sailors and visitors of this city that for years has been welcoming the Lateral cinema and his children by giving them a place to rest for a few days.

Catalogue


«A journey, a home for the exiles» is the subtitle of the article presenting this pseudo-section dedicated to Laterale Selection 2019; A Return is, among the exiles, one of the most exile and in need of a dwelling, a film that makes the concept of return its raison d’être. His creation is, in fact, given by the alternation of footage of two different places that the director has impressed on film and that he overlayed according to criteria that could be defined as harmonic/musical rather than logical-syntactic.1 It is not difficult to have the sensation to be in front of what Jonas Mekas called “glimpses of beauty”, yet there are differences in the way in which these two directors relate to their personal “glimpses”.

In films such as Reminiscences of a journey to Lithuania, the subject (Mekas) is external to the object (the house) and contemplates it with a sweetness and sincerity proper to the Lithuanian director, who remains abstract (his off-screen speaking is a clear one exemplification) in the very idea of ​​using cinema as a blank sheet on which write about memories and thoughts. Here, then, his old house is a goal, something on which focus from the outside. In A return, on the other hand, the director is on the inside and looks outwards, his gaze projected from the house towards what lies beyond the window, the aestheticization is also intrinsically given by the form and not “attributed” to the content. In other words, the aesthetic of the “glimpses of beauty” of Edmonds differs from those of Mekas in the will to assemble “glimpses” poetically intense a priori and not made such by something that is linked to them (in the case of the second director that “something” is given by the awareness of his position towards what is taken up, awareness given by the famous writings that appear in his films and by his practice of “lyricizing” memories and thoughts).
The places of A return transmit – in their exchange and mixing – the warmth and beauty of a nest, the faces of loved ones, animals, trees, skies: everything is home, everything is a single atmospheric representation of dwelling and proximity.

The relationship between the two places in which the film fragments were shot is interesting as an alternation and overlaying of two macro-aspects of the image: the geometric-linear one and the pictorial-sfumato one. What in fact differentiates the two locations is the director’s choice to reproduce structural elements and natural elements in the transition from Berlin to the south of England, weaving them and creating completely new forms, now angular, now curvilinear, finally merged to create a new house.
This (re)alignment of images is nothing but a mixture of suggestions sedimented in memories, a common process that concerns memory and that leads to the re-elaboration – clearly distorted – of a place that is not what it really is, and that at the same time it is what it is (the poetic truth of memory consists precisely in its opacity).

In the artist’s eyes the world is exactly the one in the works, with his personal rules and schemes. Returning to the Mekas-Edmonds comparison it is possible to clarify further the question concerning their perception of things around them.
The first one observes the world in a completely natural way (where “natural” means the mechanical representation given by the camera) and yet – here is the pleasant paradox of the director’s cinema – gives to its viewer an extremely unique and personal vision, modulated and artistically formed after the shooting and before the completed film; the second starts from a vision that is aesthetically realized in the frame itself, created by him in the moment of shooting, poetic in its completeness and realized in the symphony staged in the completed film. It could be said, remaining in the musical sphere, that the cinema of Mekas is composed of songs and that of Edmonds by instrumental pieces.

The most complete expression of this musical idea of ​​the film is perhaps the choice of using as a soundtrack the sound of a river that meets the sea2, one of the most powerful scenes to which one can think in relation to the idea of ​​overlaying and natural interweaving of images: it is precisely in this way that the fragments of the film follow one another, according to a purely instinctive and “natural” logic, as if the images were attracted to each other and the director’s task was only to satisfy this tension/attraction. The return home is, in this case, a non-physical journey (as been said about the position of the director towards the places that have been filmed – he looks at everything from the inside. He is already at home, basically) mnemonic and evocative, in which mathematics and poetry dialogue with each other and finally converge: Mondrian and Kandinskij, Ghiberti and Brunelleschi, Policleto and Fidia, Bach and Händel. A return is a symphony of «two worlds become one».3


Bibliography

1 «All this was done, simply by observing the negatives with the hand, without any form of work-print being made, or even an editing table, but simply the relationship between the material and my intuitive reading of it’s structures, and memory of its locations and colours». 
2 «The sound was mostly recorded in the films final location: where a river, which has it’s source near my home village, finally meets the sea»
3 «Structures shift and intermingle, two worlds become one». 


http://jamesedmonds.org/
https://mubi.com/notebook/posts/toronto-wavelengths-preview-we-do-not-care-if-we-go-down-in-history-as-contrarians/

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