Il luogo del tempo passato, presente e…

Horta (2017, 16′) – Pilar Palomero.


Click here to read the english version of this article.


Prima dell’inizio ufficiale del Laterale Film Festival 2019 questa pseudo-rubrica tenterà di mettere in luce, attraverso articoli dedicati ai film scelti, quali sono gli elementi principali di questa selezione, i contatti reciproci e la natura affine delle opere nella consapevolezza della distanza geografico-culturale dei loro creatori. Si cercherà di tracciare un percorso (così come quello di Excursus Laterale, all’interno del quale andrà a confluire questa serie di articoli subito dopo la chiusura dell’edizione di quest’anno) tra queste opere al fine soprattutto di dare loro un rilievo prima e dopo l’esperienza della sala, una casa temporanea sia per gli artisti e le loro opere che per gli spettatori, naviganti e visitatori di questa città che da anni accoglie il cinema Laterale e i suoi figli dando loro un posto in cui fermarsi per qualche giorno.

Catalogo


Ancora una volta il cinema è testimone del tempo che passa (anzi, in Horta si fa addirittura portavoce della consapevolezza del tempo in cui né il cinema né la cittadina stessa esistevano). In quest’opera fortemente intima e girata in più parti a distanza di anni, Pilar Palomero guarda la sua terra d’origine da una distanza tale da abbracciarla interamente nella sua cornice cinematografica per poi entrare nella casa che è della sua famiglia da quasi quattro generazioni e ricostruire un passato che è ora il presente di qualcun altro e che sarà il futuro di altri ancora.

Nell’atto di scavare nei ricordi risiede l’intima necessità di imprimere nella memoria ciò che è stato e che ha contribuito a rendere il luogo ciò che oggi è. Chiaramente sono gli oggetti a farsi carico di questo trasporto attraverso il tempo, e nel bianco e nero del film il paese e la casa mettono in mostra tutti quegli elementi che nell’opera di Palomero ricostruiscono e consolidano un tempo che non è più, lo imprimono nell’immutabilità della pellicola e fermano il flusso del tempo a quel 2011, anno della prima parte di girato.
Un salto in avanti ed ecco il 2016, a colori stavolta, una vicinanza del ricordo e della memoria che permette di fare uso di una tavolozza cromatica la quale porta con sé una maggiore consapevolezza – non solo artistica. I luoghi di Horta sono cambiati (anche se in piccole variazioni), c’è chi se n’è andato e chi è arrivato, delle vite in crescita al posto di altre che si sono spente: come se questa seconda parte fosse l’impressione di un presente che si sta muovendo, vibrante di colori e di cambiamento, dei quadretti appesi al muro da decenni e allo stesso tempo di nuovi oggetti di chi – giovanissimo – ha una casa ancora da abitare pienamente.

– Quelle crepe nei muri sono state fatte dai fantasmi?
– Il muro è malato.
– Com’è possibile?
– Le case sono come le persone, si ammalano e invecchiano. Quelle crepe nel muro sono come rughe. Vedi? Tutte le case hanno una storia.1

Degna conclusione di questa ricostruzione del tempo e impressione nel tempo è un’ultimo frammento tremolante e in divenire, grezzo nella sua naturalezza eppure espressione della bellezza della creazione non ancora compiuta.
Un cinema statico nella prima parte, mobile nella seconda e pulsante di vita nella terza: come la vita di un essere umano fatta iniziare già nel grembo della propria madre fino ad arrivare all’adolescenza e al fremito proprio di chi ha ancora tanto da scoprire e si rende conto di star accelerando sempre più. Horta ricostruisce il tempo in uno spazio per poi entrarvi e plasmarlo assoggettandolo alla sua presenza, abbandonandolo infine verso un luogo che non ha più chiara definizione ma che è punto di passaggio per l’artista esule pronto a costruire la sua nuova dimora.

Il cinema si esprime in Horta attraverso la rigidità di un passato che è stato “salvato” dal rischio di perdersi nelle infinite modulazioni (e inganni) della memoria grazie ad un processo che ha portato alla stasi di un frammento di tempo – e del rapporto della macchina da presa e delle sue possibilità fisiche e cromatiche nei confronti del profilmico – che è divenuto un quadretto (al cui interno sono rappresentati numerosi altri quadretti) appeso nello spazio interiore dell’artista; nel frattempo il cinema si esprime, cambiando volto e approccio, in altri due frammenti di tempo (uno compiuto – il 2016 –, l’altro ancora da farsi) anch’essi autonomi nella forma della loro immagine cinematografica, legati gli uni con gli altri dal filo conduttore che è la casa, Horta, la sua stazione, le sue casette, le sue montagne e dalla mano di Pilar Palomero che, con la sua macchina da presa ne afferra il tempo passato, presente e futuro imprimendolo su una pellicola che ha un inizio ma che non ha una fine.


Bibliografia

1 Stray Dogs (Jiao you, 2013, 148′) – Tsai Ming-Liang.


https://pilarpalomero.wixsite.com/misitio/
https://vimeo.com/user1079481



English version


The place of past, present and …

Horta (2017, 16′) – Pilar Palomero.


Before the official start of Laterale Film Festival 2019 this pseudo-column will attempt to highlight, through articles dedicated to the selected films, the main elements of this selection, the mutual contacts and the similar nature of the works in the awareness of the geographical-cultural distance of their creators. The column will try to trace a path (as well as Excursus Laterale, in which this series of articles will come together immediately after the closing of this year’s edition)among these works in order to above all give them a remark before and after the experience of the cinema hall, a temporary home for both the artists and their works and for the spectator, sailors and visitors of this city that for years has been welcoming the Lateral cinema and his children by giving them a place to rest for a few days.

Catalogue


Once again cinema is witness of the passing of time (in fact, in Horta it even becomes the spokesman of the knowledge of the time in which neither the cinema nor the town itself existed). In this highly intimate work, filmed in several parts after many years, Pilar Palomero looks at her homeland from a distance that embraces it entirely in her cinematographic frame and then enters the home of her family for almost four generations and rebuild a past that is now someone else’s present and that will be the future of others.

In the act of digging into memories resides the intimate need to imprint in memory what has been and has contributed to make the place what it is today. Of course the objects are responsible for this transport through time, and in the black and white of the film the country and the house put on display all those elements that in Palomero’s work reconstruct and consolidate a time that is no longer, they imprint it in the immutability of the film and stop the flow of time in 2011, the year of the first part of the film.
A leap forward and here is 2016, in color, a closeness of memory that allows to make use of a chromatic palette which brings with it more awareness – not only artistic. The places of Horta have changed (albeit in small variations), there are those who have left and those who have arrived, lives that are growing in place of others that have gone out: as if this second part were the impression of a present that is moving, vibrant with colors and change, small squares hanging on the wall for decades and at the same time new objects of those who – very young – have a house that has yet to be fully lived.

– Are the cracks in the walls because of ghosts?
– The wall is sick.
– How do you mean?
– A house is like a person. It gets sick, it grows old. The cracks in the walls are like its wrinkles. You see? Every house has a story.1

A worthy conclusion to this reconstruction of time and impression over time is a last flickering and evolving fragment, raw in its naturalness and yet an expression of the beauty of artistic creation not yet completed.
A static cinema in the first part, mobile in the second and pulsating with life in the third: like the life of a human being made to begin already in the womb of his mother until he reaches adolescence and the thrill of those one still has much to discover and realizes he is accelerating more and more. Horta reconstructs time in a space and then enters it and molds it, subjecting it to its presence, finally abandoning it to a place that has no clearer definition but that is a point of passage for the exiled artist ready to build his new home.

Cinema expresses itself in Horta through the rigidity of a past that has been “saved” from the risk of getting lost in the infinite modulations (and deceptions) of memory thanks to a process that has led to the stasis of a fragment of time – and the relationship of camera and its physical and chromatic possibilities in relation to the profilmic – which has become a small picture (in which many other little pictures are represented) hung in the interior space of the artist; in the meantime cinema expresses itself, changing face and approach, in two other fragments of time (one completed – 2016 -, the other one still to be done) which are also autonomous in the form of their cinematographic image, linked with each other by the common thread that is the house, Horta, its station, its houses, its mountains and by the hand of Pilar Palomero who, with her camera grasps the past, present and future time imprinting it on a film that has a beginning but that has no end.


Bibliography

1 Stray Dogs (Jiao you, 2013, 148′) – Tsai Ming-Liang.


https://pilarpalomero.wixsite.com/misitio/
https://vimeo.com/user1079481

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