Un percorso eremitico tramite il dissolversi dell’immagine, verso il ricostituirsi di Sé.

Efeso (2018, 18′) – Alberto Baroni.


Click here to read the english version of this article.


Prima dell’inizio ufficiale del Laterale Film Festival 2019 questa pseudo-rubrica tenterà di mettere in luce, attraverso articoli dedicati ai film scelti, quali sono gli elementi principali di questa selezione, i contatti reciproci e la natura affine delle opere nella consapevolezza della distanza geografico-culturale dei loro creatori. Si cercherà di tracciare un percorso (così come quello di Excursus Laterale, all’interno del quale andrà a confluire questa serie di articoli subito dopo la chiusura dell’edizione di quest’anno) tra queste opere al fine soprattutto di dare loro un rilievo prima e dopo l’esperienza della sala, una casa temporanea sia per gli artisti e le loro opere che per gli spettatori, naviganti e visitatori di questa città che da anni accoglie il cinema Laterale e i suoi figli dando loro un posto in cui fermarsi per qualche giorno.

Catalogo


Mio padre, senza saperlo, mi ha ferito. A lacerarmi è stata la sua immagine, non il suo essere. Ora mi chiedo se si possa giocare con le dita e i dadi senza che le dita stesse abbiano sostanza, senza l’immagine.

Un viaggio lontano da casa alla ricerca di una dimora interiore nella quale ricostituire un’anima rinnovata e pulita come quella di una bambina; dall’abbandono delle ricchezze al rifiuto del potere: il percorso dell’esule-eremita Efeso è quello verso la ricerca di un Sé che deve essere trovato e in parte ritrovato.
Pochi e archetipici sono gli elementi di Efeso, come gli abitanti dei boschi che ricordano gli esseri mitologici e fantastici di A lullaby to the sorrowful mistery (Hele sa hiwagang hapis, 2018, 485′) di Lav Diaz, sospesi in un tempo e spazio non definiti e parlanti una lingua sconosciuta. L’atmosfera è occulta, misteriosa, scandita da uno schema che fa subito pensare all’arte classica o medievale, ricca di elementi simbolici e di regole matematiche e numerologiche le quali contribuiscono a rendere il film un racconto enigmatico che sembra essere venuto da un passato molto remoto.

Il gioco dei dadi è probabilmente uno degli elementi più interessanti della pellicola: i dadi sono considerati da millenni elementi legati al caso (e al caos), alla fortuna e in un certo senso alla vita stessa. Proprio come quest’ultima infatti, il gioco dei dadi è totalmente legato alla casualità degli eventi ed annulla ogni possibilità da parte del giocatore di averne il controllo (non a caso spesso sono contrapposti agli scacchi, basati esclusivamente sulla strategia). Così Efeso incarna proprio questo percorso verso l’ignoto che si snoda tra presente e passato e ambisce ad un futuro di rinascita sotto forma diversa, probabilmente legata all’innocenza e al candore: la bambina infatti vince sempre giocando a dadi, come se la sua natura irrazionale fosse l’unica cosa da poter contrapporre all’analoga natura dei dadi e della vita. In quest’ottica l’unico modo per afferrare la vita e trovare sé stessi è proprio quello di non cercare di controllarla (col denaro o il potere, come per il re Creso, padre di Efeso)1.

La figura dell’eremita è in questo senso portatrice di una duplice consapevolezza: quella dell’abbandono e quella della ricerca. Il suo viaggio infatti inizia con il sogno delle vite precedenti, una rimembranza che è certo rimpianto ma che viene sostituita poi dalla determinazione del ricostituirsi di una nuova anima; il bardo accompagna la storia dell’eremita/esule in qualità di figura astratta, ubiquo e invisibile (probabilmente anche muto rispetto al suo mondo – non per lo spettatore), occhio privilegiato esterno agli infiniti cicli dai quali anche Efeso cerca di uscire.
È nel momento del rifiuto del potere e del privilegio che il protagonista raggiunge l’ultima parte del suo percorso, terminando e allo stesso tempo iniziando un viaggio: «Una luce che si apre»2 verso l’ignoto.

Dissolvere l’immagine è quindi l’unica possibilità che ha l’essere per costituirsi, e dal momento che «la solitudine è un regno d’immagini senza fine» com’è possibile per l’eremita liberarsene? Probabilmente l’unica soluzione è, ancora una volta, giungere al punto in cui non è più importante farlo. Solo raggiungendo questa libertà è possibile arrivare al formarsi di un essere che può essere eventualmente fatto anche d’immagine ma solo nella misura in cui esso è totalmente autonomo rispetto ad essa (anche questo è un concetto comune alla filosofia orientale – il controllo del movimento dei propri arti solo in seguito alla consapevolezza e liberazione da essi, ad esempio).

Efeso è un film piacevolmente imperscrutabile, arcano e imponente nel suo sviluppare un racconto che si trova fuori da ogni coordinata spazio-temporale e che non ha a che fare con alcuna circostanza terrena. È un archetipo del viaggio interiore e i suoi personaggi lo sono altrettanto: c’è un’universalità di fondo in Efeso che pare aprirsi verso l’infinito, proprio come se la visione del film invitasse a ricercare qualcosa oltre l’immagine e il suono (per liberarsi, appunto), come se non si esaurisse l’esperienza dell’eremita nel suo tragitto ma continuasse al di là della storia, come un fiume che non può fare a meno di scorrere e al quale è fondamentale abbandonarsi per poter dire di essere veramente a riposo.3


Bibliografia

1 Questo è un concetto che fa parte della Quattro Nobili Verità della dottrina buddhista e più in generale della filosofia orientale, in relazione soprattutto all’autofrustrazione, al karma e al nirvana: «If you try to hold on to life, you lose it. You can’t hold your breath and stay alive; it becomes extremely uncomfortable to hold onto your breath. And so in exactly the same way, it becomes extremely uncomfortable to spend all your time holding on to your life» in A. WATTS, The world as emptiness oppure https://www.youtube.com/watch?v=0d8rv49LwiA. È interessante, invero, la maniera in cui Efeso mescoli elementi che rimandano alla cultura occidentale classica (il rapporto tra Creso ed Efeso potrebbe essere legato in qualche modo alla figura del famoso re della Lidia e alla città di Efeso nella quale, proprio per volontà di Creso, fu eretto il Tempio di Artemide, che Pausania considerava «senza pari tra gli edifici degli uomini») e allo stesso tempo all’impianto culturale Buddhista e in particolare ad alcuni suoi pilastri filosofici (come quello citato in apertura della nota) o figure alle quali è possibile pensare se ci si sposta verso una dimensione più divina del percorso dell’eremita (come Ganesha, divinità la quale – tra le tante simbologie ad essa attribuita – ha a che fare con l’equilibrio e la perfezione).
2 https://www.filmmakerfest.com/FilmFestival/959
3 «Change, and everything is change; nothing can be held on to. To the degree that you go with a stream, you see, you are are still, you are flowing with it. But to the degree you resist the stream, then you notice that the current is rushing past you and fighting you. So swim with it, go with it, and you’re there. You’re at rest». in A. WATTS, The world as emptiness, cit.


Sul gioco dei dadi: https://paolocanettieri.wordpress.com/article/il-gioco-dei-dadi-nel-medioevo-vyvpjuoxc2n0-62/
Sul rapporto tra gioco e arte: https://libreriamo.it/arte/arte-e-gioco-un-connubio-intramontabile-che-resiste-da-secoli/



English version


An eremitical journey through the dissolution of the image, towards the reconstitution of the Self.

Efeso (2018, 18′) – Alberto Baroni.


Before the official start of Laterale Film Festival 2019 this pseudo-column will attempt to highlight, through articles dedicated to the selected films, the main elements of this selection, the mutual contacts and the similar nature of the works in the awareness of the geographical-cultural distance of their creators. The column will try to trace a path (as well as Excursus Laterale, in which this series of articles will come together immediately after the closing of this year’s edition)among these works in order to above all give them a remark before and after the experience of the cinema hall, a temporary home for both the artists and their works and for the spectator, sailors and visitors of this city that for years has been welcoming the Lateral cinema and his children by giving them a place to rest for a few days.

Catalogue


My father wounded me without knowing it. To tear me apart was his image, not his being. Now I wonder if we can play with the fingers and the dice without the fingers themselves having substance, without the image.

A journey away from home in search of an interior self in which to reconstitute a renewed and clean soul like that of a child; from the abandonment of riches to the rejection of power: the path of the exile-hermit Ephesus is that towards the search for a Self that must be found and partly rediscovered.
Few and archetypal are the elements of Efeso, like the inhabitants of the woods who remember the mythological and fantastic beings of A lullaby to the sorrowful mistery (Hele sa hiwagang hapis, 2018, 485′) by Lav Diaz, suspended in a time and space not defined and speakers an unknown language. The atmosphere is occult, mysterious, punctuated by a pattern that immediately makes one think of classical or medieval art, rich in symbolic elements and mathematical and numerological rules which contribute to making the film an enigmatic story that seems to have come from a past very remote.

The dice game is probably one of the most interesting elements of the film: for millennia dice have been considered elements related to chance (and chaos), to luck and in a certain sense to life itself. Just like the latter in fact, the dice game is totally linked to the randomness of the events and cancels any possibility for the player to have control over it (not by chance they are often opposed to chess, based exclusively on strategy). Thus Ephesus embodies this path towards the unknown that winds between the present and the past and aspires to a future of rebirth in a different form, probably linked to innocence and candor: in fact, the child always wins playing dice, as if her irrational nature was the only thing that could be contrasted with the analogous nature of dice and life. In this perspective the only way to grasp life and find oneself is precisely not to try to control it (with money or power, as for King Croesus, father of Ephesus)1.

The hermit is in this sense bearer of a double awareness: that of abandonment and that of research. His journey in fact begins with the dream of previous lives, a remembrance that is certainly regret but which is then replaced by the determination of the reconstitution of a new soul; the bard accompanies the history of the hermit/exile as an abstract figure, ubiquitous and invisible (probably also silent with respect to his world – not for the spectator), a privileged eye external to the infinite cycles from which even Ephesus tries to get out.
It is in the moment of rejection of power and privilege that the protagonist reaches the last part of his journey, ending and at the same time beginning a journey: «A light that opens»2 towards the unknown.

Dissolving the image is therefore the only possibility that the being has to constitute itself, and since “solitude is a realm of endless images” how is it possible for the hermit to get rid of it? Probably the only solution is, once again, to reach the point where it is no longer important to do so. Only by achieving this freedom is it possible to arrive at the formation of a being that can possibly also be made of image but only to the extent that it is totally autonomous with respect to it (this is also a concept common to eastern philosophy – control of the movement of own arts only following the awareness and freedom from them, for example).

Efeso is a pleasantly inscrutable and arcane film in its development of a story that lies outside every space-time coordinate and has nothing to do with any earthly circumstance. It is an archetype of the inner journey and its characters are equally so: there is a basic universality in Efeso that seems to open towards the infinite, just as if the vision of the film invited to look for something beyond the image and the sound (to free oneself, in fact), as if the experience of the hermit on his journey was not exhausted but continued beyond history, like a river that cannot fail to flow and to which it is fundamental to abandon oneself in order to say that one is really at rest.3


Bibliography

1 This is a concept that is part of the Four Noble Truths of Buddhist doctrine and more generally of eastern philosophy, especially in relation to self-frustration, karma and nirvana: «If you try to hold on to life, you lose it. You can’t hold your breath and stay alive; it becomes extremely uncomfortable to hold onto your breath. And so in exactly the same way, it becomes extremely uncomfortable to spend all your time holding on to your life» in A. WATTS, The world as emptiness or https://www.youtube.com/watch?v=0d8rv49LwiA. It is interesting, indeed, the way in which Efeso mixes elements that refer to classical western culture (the relationship between Croesus and Ephesus could be related in some way to the figure of the famous king of Lydia and to the city of Ephesus in which, precisely because of Croesus, the Temple of Artemis was erected, which Pausanias considered «unsurpassed among the buildings of men» and at the same time to the Buddhist cultural system and in particular to some of its philosophical pillars (such as the one mentioned in the opening of the note) or figures to which it is possible to think if we move towards a more divine dimension of the path of the hermit (like Ganesha, divinity which – among the many symbols attributed to it – has to do with balance and perfection).
2 https://www.filmmakerfest.com/FilmFestival/959
3 «Change, and everything is change; nothing can be held on to. To the degree that you go with a stream, you see, you are are still, you are flowing with it. But to the degree you resist the stream, then you notice that the current is rushing past you and fighting you. So swim with it, go with it, and you’re there. You’re at rest». in A. WATTS, The world as emptiness, cit.


On the dice game: https://paolocanettieri.wordpress.com/article/il-gioco-dei-dadi-nel-medioevo-vyvpjuoxc2n0-62/
On the relationship between ancient games and art: https://libreriamo.it/arte/arte-e-gioco-un-connubio-intramontabile-che-resiste-da-secoli/

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