Melanconia della fine e dell’infinità.

Infinitas (Бесконечность, 1992, 206′) – Marlen Chuciev.


Ci sono alcune parole che non è possibile tradurre restituendo le sfumature semantiche proprie della lingua d’appartenenza: тоска è un termine che in italiano potrebbe essere inteso come “malinconia” o “nostalgia”1, un sentimento intimamente (e interamente) russo.
Basta fare un salto nella filmografia di registi come Aleksandr Sokurov o Andrej Tarkovskij per entrare a contatto con questo modo di sentire, un’emozione di lontananza e di mancanza di appagamento che pervade interamente alcune loro opere e che, in ogni caso, è ravvisabile un po’ ovunque nella loro produzione.

Hai mai pensato all’esistenza della fine? Ciò che mi affligge è sapere che ho una fine. Sapere che la vita e il giorno hanno una fine. Non ci penso tutto il tempo, ovviamente, altrimenti non potrei vivere. Ma i miei pensieri mi portano a quell’idea. […] E quel miracolo della natura rifiuta di essere compreso e accettato. Non importa cosa io pensi o voglia. Che io lo voglia o no, il tempo arriva. […] La consapevolezza della fine è un tragico sentimento.

Marlen Chuciev parte proprio da ciò per sviluppare il suo Infinitas, come se questo sentimento di nostalgia si dipanasse – per un minutaggio considerevole – allo stesso modo dell’acqua che, gocciolando da un recipiente pieno e incrinato, inzuppasse lentamente un lenzuolo. Questo moto quieto e appassionato è probabilmente la caratteristica più evidente di Infinitas, così come fu per Lo specchio (Зе́ркало, 1975, 107′) di Tarkovskij o Pietra (камень, 1992, 83′) di Sokurov.
Il viaggio interiore dell’uomo alla “fine” della sua vita lo porta a incontrare vecchie figure del (suo) passato, incrociando più volte il suo giovane alter ego e soprattutto incontrandosi e scontrandosi con la Storia del suo paese (elemento, anche questo, sempre caro ai russi).

Qui ci sono i volti delle persone che sono andate via molto tempo fa. Queste non sono persone famose. Nessun interesse storico. Queste sono persone normali. Ma hanno vissuto su questa Terra. E anche loro sono nei dagherrotipi.

Il cinema di Infinitas in questo senso è accostabile al film di Tarkovskij nella misura in cui lo scorrere del tempo – non solo cinematografico – è caratterizzato da un fluire non logico-narrativo quanto piuttosto poetico, fatto di libere associazioni e di salti temporali e spaziali che seguono la natura del ricordo, nebuloso e confuso, piacevolmente intrecciato. È essenziale a tal proposito menzionare alcune soluzioni adottate dal regista le quali sono esemplificative di questa natura inafferrabile dell’opera.

Innanzitutto «Infinitas, a parte alcune rare eccezioni, non è affatto un film caratterizzato da piani sequenza o da lunghe riprese contemplative come ci si potrebbe aspettare»2; il piano sequenza è utilizzato in una maniera che potrebbe essere definita “metafisica”: il movimento della macchina da presa è spesso legato all’ellissi e al salto temporale non chiaramente definito, il quale però avviene durante un’unica ripresa. In altre parole, Chuciev non fa uso di lunghi piani sequenza con la volontà di far percepire al suo spettatore lo scorrere del tempo all’interno dell’inquadratura, quanto piuttosto con il risultato di mettere in scena lo spostamento del protagonista nei vari segmenti del suo passato senza soluzione di continuità; non vi è un vero stacco da un periodo all’altro ma tutto è trattato come un unico corso d’acqua che non smette di scorrere. C’è un fluire del tempo nel film che, a differenza del già citato Lo specchio, è costantemente in metamorfosi: non delle schegge di ricordi del protagonista quanto un unico grande – e cangiante – percorso mnemonico.

Ad accompagnare questi continui movimenti nella memoria è la musica, come un entità sovrannaturale che può trovarsi in ogni luogo e in ogni tempo. È Bach, con un brano (BWV 639) che riporta subito alla mente Solaris (1972, Солярис, 167′); poi Beethoven, Chopin, Strauss, musica tradizionale e pop: anche la musica contribuisce ad accentuare l’irrequietezza del vagare dell’uomo, fungendo solo occasionalmente (col preludio corale di Bach) da leitmotiv e spostando le coordinate temporali di volta in volta. Tutto in Infinitas è mutevole, ed il regista si dimostra apertamente ossessionato dal cambiare delle cose, cercando più volte di trarre in inganno la percezione del suo spettatore trascinandolo nel turbinio dei ricordi evocati da quella тоска che apre il film e che continua a permearlo costantemente.

Non so cosa fare. Non riesco a fare niente in tempo. Sono sempre in ritardo. Ritardo. Quante cose sono sfuggite? Quando morirò, la lapide reciterà: «Qui giace l’uomo che fu sempre in ritardo». Quante cose perderemo nella vita rifiutandole? Vedi quanto velocemente brucia il fiammifero?

Infine c’è il quadro, lo specchio, la cornice. Nel vendere il proprio appartamento e i suoi averi il protagonista si rifiuta di vendere una cornice ma non ciò che è incorniciato. La cornice, così come lo specchio (o l’acqua), è un elemento che racchiude qualunque soggetto venga posto al suo interno; così lo specchio, che attende solo di essere abitato. Di tutti gli averi dell’intellettuale divorato dal dubbio e dall’incertezza la cornice pare essere l’unico bene degno di essere mantenuto, l’unico sempre in divenire e quindi, in qualche modo, uno spazio che ha ancora qualcosa da dire e che probabilmente tiene in vita il protagonista. Egli cerca qualcosa, anela ad un nuovo quadro per la sua cornice. Nel mentre incontra visioni di sé e della sua vita nel desiderio di trovare un punto da cui ripartire. Prima, però, è necessario scendere a patti con la propria storia e soprattutto con il fatto che il tempo passa attraverso infiniti fiumi. Pánta rheî: tutto scorre.


Bibliografia

1 Vladimir Nabokov l’ha definita così così: «Al suo grado più lieve è un dolore sordo dell’anima, un desiderio senza oggetto, uno struggimento che duole, una vaga irrequietezza, uno spasimo mentale, una brama. In casi particolari può essere il desiderio specifico di qualcuno o di qualcosa, nostalgia, mal d’amore. Al suo grado più basso, diventa ennui, noia»
2 http://specchioscuro.it/marlen-chutsiev/#23

Un pensiero riguardo “Melanconia della fine e dell’infinità.

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